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KARATE: TERMINI POCO CONOSCIUTI.

 

 PRATICHI KARATE? ECCO ALCUNI TERMINI DI CUI PROBABILMENTE NON HAI MAI SENTITO PARLARE.





Ho il piacere di presentarvi parte della terminologia utilizzata durante la pratica nei dojo tradizionali sull'isola di Okinawa. Se vi interessa scoprire di più sulle origini del karate e se desiderate recarvi sull'isola giapponese per allenarvi sono sicuro che troverete utile questo lavoro.

Non è la prima volta che mi appresto a scrivere di un tema che a mio avviso è molto importante per un praticante, e nel mio caso, un appassionato di arti marziali. Il tema in questione riguarda la “tradizione”, ovvero tutto quello che riguarda usi, costumi e valori che caratterizzano il patrimonio di una determinata cultura.

Nel caso specifico del karate parliamo di cultura okinawense, ovvero quella sviluppatasi sull’isola di Okinawa che si trova nell’arcipelago delle Ryukyu in Giappone.

Quando il karate raggiunse il Giappone continentale, cioè quello rappresentato dalle quattro principali isole che lo compongono che si chiamano rispettivamente Honshu, Shikoku, Kyushu ed Hokkaido, si dovette confrontare con una cultura diversa e quindi subì inevitabilmente dei cambiamenti per adattarsi al modo nipponico di intendere le arti marziali. In questa particolare cornice “la via della mano vuota” visse da un lato un processo di espansione che la portò a divenire una delle arti marziali più conosciute globalmente e dall’altro uno stravolgimento che la rese differente dalla sua controparte, tutt’oggi viva, tipica di Okinawa.

Questo modo diverso di intendere l’arte marziale portò ad alcune sostanziali modifiche che contribuirono all'accantonamento di alcuni aspetti tipici a favore di altri, maggiormente in linea con quelli delle altre arti marziali giapponesi come ad esempio il judo ed il kendo.

Alcuni di questi aspetti tipici del karate di Okinawa sono identificabili grazie a dei termini che durante la pratica in un dojo sull’isola, oppure in una scuola che propone questo tipo di karate, si possono udire molto spesso.

Con questo articolo vorrei farvene conoscere qualcuno in modo tale che se vi dovesse capitare di sentirli nominare in futuro potrete non trovarvi completamente spaesati.

 I termini che andrò a condividere con voi e dei quali cercherò di fornire una spiegazione semplice sono: 

-Gamaku; 

-Muchimi;

-Chinkuchi;

-Atifa;

-Shime;

-Meotode.



COS'È IL "GAMAKU"?

Prima che incontrassi il karate tradizionale di Okinawa, il concetto più comune che conoscevo, per quanto riguarda la generazione dell’energia necessaria per eseguire delle tecniche efficaci, era quello del “movimento delle anche”. Secondo il karate giapponese infatti, per generare forza bisogna muovere le anche. Il corpo umano secondo questo principio viene illustrato come una sorta di ingranaggio composto dalla parte inferiore e da quella superiore. Quest’ultima per creare potenza nella tecnica sfrutta la rotazione dei fianchi i quali si muovono in direzione opposta.  Ad Okinawa il concetto di usare le anche esiste ma ha uno scopo differente che trova senso unito ad altri principi. 

Questa parentesi delle anche era necessaria per specificare che ci sono diversi modi per generare l’energia ed uno di questi ad Okinawa è l’utilizzo del “gamaku”.

Per comprendere cosa rappresenta nello specifico questo termine voglio utilizzarne un altro "più moderno ed occidentale" che sicuramente per chi ha frequentato o frequenta palestre o corsi di fitness, ha probabilmente più volte sentito nominare: il termine in questione è "core".

Il core, termine inglese, che significa “centro del corpo” è composto dalla zona lombare e dall'articolazione coxo-femorale (bacino e arto inferiore). Questa zona del corpo è quella che tiene unite la parte inferiore da quella superiore e ne consente la stabilità. Il core consente e viene utilizzato in quasi tutte le tipologie di movimenti e permette anche l’antroversione e la retroversione del bacino.

Il gamaku comprende gli stessi muscoli, infatti nell'arte marziale è quella parte del corpo che torcendosi permette il trasferimento di energia tra gli arti inferiori e delle anche a quelli superiori e viceversa ma non solo.


Vediamo nello specifico quali muscoli e quali parti del corpo partecipano attivamente quando parliamo di “core” o “gamaku”:

. Tra i muscoli principali troviamo tutti muscoli della fascia addominale, tra cui trasverso addominale, retto addominale, addominali obliqui sia interni che esterni, oltre al multifido, gli erettori spinali, il diaframma, ma anche i lombari i rotatori profondi, i muscoli cervicali ed il retto anteriore e laterale della testa. Gli ultimi hanno un ruolo meno importante.

. Alcuni muscoli minori che rientrano tra quelli comunque utilizzati sono il gran dorsale, il grande gluteo ed il trapezio.

 L’utilizzo del gamaku viene in base allo stile praticato, più o meno utilizzato. Ci sono infatti scuole che nonostante praticano lo stesso stile, in relazione alle influenze che hanno avuto nel loro sviluppo, utilizzano in modo diverso o comunque non nella stessa percentuale questo concetto per generare potenza ed energia.

In ogni caso lo studio e l’allenamento di questa fascia muscolare è molto utile nella pratica del karate tradizionale in quanto oltre all'utilità nella generazione di energia è indispensabile per l’equilibrio e per il concetto di centro di gravità del corpo umano.

Infatti, quanto ad esempio ci si sbilancia per effettuare un colpo, “mettere il gamaku nella tecnica”, come spesso ci si sente dire durante una lezione di karate, aiuta a trovare equilibrio.

 In questa breve introduzione al significato che anima il termine gamaku mi auguro di avervi incuriositi ad approfondire meglio questo aspetto e di iniziare a farlo essere parte viva nella vostra pratica. 


COS'È IL "MUCHIMI"?

Andiamo a scoprire cosa significa il termine "muchimi" per un praticante di karate tradizionale di Okinawa.

Prima di praticare il karate tradizionale di Okinawa non avevo mai sentito parlare di "muchimi".

Questo termine viene utilizzato nell’ambito delle arti marziali okinawensi per descrivere due concetti comuni tra loro.

Da una parte abbiamo il concetto di elasticità e flessibilità “muchi” da applicare al modo di generare potenza.

Il praticante di karate o kobudo deve conoscere questo tipo di caratteristiche e cercare di applicarle al proprio uso del corpo. In questo modo quest'ultimo, è in grado di generare molta energia rimanendo rilassato e quindi evitando tutte quelle problematiche derivanti da un eccessivo irrigidimento.

Durante la pratica del karate tradizionale di Okinawa ci si sente spesso ripetere dal maestro o dagli altri praticanti la parola “relax” e questo dimostra quanta importanza ha questo concetto per una pratica corretta e funzionale.

 Dall’altra parte troviamo il concetto di “colloso” o “appiccicoso” (muchimi) che va applicato al modo di afferrare, bloccare e tirare l’avversario.

Nel karate tradizionale di Okinawa si predilige una distanza medio-corta e quindi più adatta alla difesa personale e di conseguenza tecniche di bloccaggio, strattoni e spinte sono molto comuni e presenti ovviamente anche nei kata. Il concetto di “mani appiccicose” rappresentato dal termine “muchimi” appunto, viene applicato alle tecniche sopra citate con lo scopo di rimanere attaccati il più possibile all'avversario mantenendo il contatto fisico e ricavandone quindi un vantaggio.

Per entrambi i concetti vi sono esercizi propedeutici praticati appositamente per sviluppare queste caratteristiche indispensabili per un’efficacia marziale.

Il termine “muchimi” usato nell’arte marziale trae origine dalla cucina. Infatti, i “mochi” sono dei dolci tipici fatti con del riso glutinoso che viene modellato a forma circolare ed al cui interno vengono spesso riempiti con del ripieno a base di fagioli rossi oppure di erbe o anche frutta. La caratteristica principale di questo dolcetto risiede proprio nella sua elasticità quasi collosa.

Ricordatevi dunque di praticare karate in maniera rilassata ricercando l’elasticità del corpo e immaginate di avere mani appiccicose in grado di rimanere attaccate all'avversario.

Vi lascio con una frase in Uchinaaguchi ovvero nella lingua tradizionale delle Ryukyu:

Toddi chikaya nu uchi nu nakan kaiya, muchi nu an”.

“Al centro della difesa e dell’offesa di un maestro di karate c’è il muchimi”.

D'ora in avanti quanto sentirete questa parola pensate al dolce elastico ed appiccicoso e cercate di imitarne le caratteristiche nella vostra pratica.


COS' È IL "CHINKUCHI"?

Come i precedenti termini, anche quello che tratterò nelle prossime righe è stato per me sconosciuto fino al giorno in cui l'ho sentito nominare durante una lezione di karate tradizionle di Okinawa.

 

Parentesi:

Sono consapevole della mia ripetitività ma oltre ad essere la realtà dei fatti, queste precisazioni sono per me essenziali per far comprendere l'importante distinzione tra quello che viene spesso ed erroneamente definito karate tradizionale, riferendosi al quel karate sviluppatosi sul suolo giapponese che in realtà ha subito molte modifiche da quello che era ed è il karate tradizionale dell'isola dov'è nato: Okinawa appunto. Infatti a dimostrazione delle differenze tra queste due tipologie di karate possiamo prendere come esempio tutti questi termini che sono per la gran parte dei praticanti di karate giapponese (vedi Shotokan-ryu, Shito-ryu, Wado-ryu ecc...) sconosciuti. 

Lo scopo del mio lavoro non è quello però di screditarne uno a favore dell'altro, anche perché pur sempre di karate stiamo parlando, ma è quello di condividere la mia conoscenza maturata grazie a ricerche, letture e pratica che mi hanno consentito di risalire alle origini di quest'arte marziale.

Chiusa la parentesi, TORNIAMO A NOI.


Questo termine ("chinkuchi"), tipico della lingua tradizionale okinawense rappresenta quello che è un principio marziale che viene applicato quindi nel karate tradizionale dell’isola ma anche ad altre arti marziali correlate.

Fondamentalmente con questo termine si intende un allineamento strutturale che comprende l’uso di tutto il corpo e che culmina con una chiusura della catena cinetica nel momento in cui si esegue una tecnica.  Questa struttura è fondamentale perché la tecnica risulti efficace e quindi se anche solo un elemento coinvolto viene a mancare la struttura “crolla” facendoci perdere efficacia. Questa struttura è composta da muscoli, tendini, articolazioni ed ossa ed è atta a trasferire l’energia verso una direzione.

Praticamente, quando stiamo per portare una tecnica ed applichiamo questo principio, dobbiamo creare una struttura stabile che parta dal radicamento a terra e che comprendendo l’allineamento di tutto il corpo ci porti ad eseguire una tecnica, il cui ciclo di energia termina subito dopo il momento dell’impatto ritornando rilassati.

Possiamo anche dire che con il termine “chinkuchi” andiamo a identificare un’energia che, grazie al principio che la genera per poi essere incanalata nelle tecniche e nelle posizioni, risulta essere esplosiva grazie ad un’espansione e non ad una contrazione. Questa espansione esplosiva è possibile grazie ad un corpo rilassato ma allo stesso tempo ben strutturato.

Anche in questo caso quindi ritroviamo un concetto essenziale e tipico del karate di Okinawa ovvero: l’essere rilassato.

Come tutti i termini trattati precedentemente e quelli che tratterò successivamente è importante ricordare che questi principi, concetti, componenti del corpo e momenti specifici collaborano insieme e vengono attivati contemporaneamente, o in modo alternato, per una corretta ed efficace pratica.

Bene, anche questo termine da questo momento in poi non rappresenterà più per voi un punto di domanda e magari potrà rappresentare invece un nuovo punto di attenzione durante la vostra pratica o il vostro insegnamento.


CHE COS'È L' "ATIFA"

Il termine che cercherò di presentarvi nelle prossime righe è come ribadisco sempre, tipico del karate tradizionale di Okinawa e non è facile sentirlo pronunciare al di fuori di esso. Infatti non credo che siano molti i praticanti di karate sportivo o comunque di karate sviluppatosi al di fuori dell'isola ad averlo già sentito.

Per farvi capire bene a cosa si riferisce il termine "atifa" voglio utilizzare un'immagine abbastanza conosciuta all'interno delle arti marziali. 

Tutti o quasi abbiamo sentito parlare o abbiamo visto con i nostri occhi le abilità di Bruce Lee, attraverso i numerosi film che lo hanno visto protagonista e che hanno reso popolari in occidente le arti marziali. 




Una delle tecniche preferite e tipiche del suo repertorio era "il pugno da un pollice" ovvero una tecnica di mano che prevedeva un caricamento praticamente inesistente. Il pugno dell'attore e marzialista, partiva dalla distanza di un pollice e nonostante questo riusciva a creare un forte impatto in grado di spingere all'indietro una persona ben messa ma anche di rompere una o più tavolette di legno.

Questa tecnica che esprime un modo preciso di generare energia nel karate di Okinawa si traduce con il termine protagonista del nostro articolo.

"Atifa" dunque rappresenta un'onda d'urto, generata da un'improvvisa tensione al momento dell'impatto tra la tecnica (ovvero la parte del corpo utilizzata per portare un colpo) e il bersaglio. 

Come per i concetti precedenti il "segreto" per una buona riuscita della tecnica risiede nel essere rilassati per tutto il tempo che precede l'istante dell'impatto dove invece si crea questa tensione atta a trasferire l'energia al bersaglio.

Possiamo anche dire che in alcuni casi il concetto di "atifa" è il prodotto finale che deriva dall'utilizzo dei precedenti termini di cui abbiamo parlato. 


Se appreso bene questo concetto permette di portare colpi molto efficaci anche senza dovere caricare l'arto che si vuole utilizzare per colpire. Rimanendo fermo nella posizione che precede la tecnica che si vuol eseguire, l'arto può partire arrivando al bersaglio in maniera efficace.

Provate ad allenare questo concetto posizionando la vostra mano con le dita appoggiate al bersaglio, ad esempio un sacco, e poi provate a colpirlo chiudendo il pugno ed usando tutto il corpo per generare energia. Ricordatevi di rimanere rilassati e di usare la tensione solo al momento dell'impatto.

Oppure se già praticate karate e conoscete ed utilizzate nel vostro allenamento un makiwara, la tradizionale tavola di legno fissata al muro oppure al terreno, provate a colpirlo senza portare il braccio in posizione di "hikite". Lasciate il braccio penzolante oppure in una guardia da combattimento e da quella posizione provate a colpire il makiwara. 

D'ora in avanti quando sentirete parlare di "colpo dalla distanza di un pollice", oppure sentirete proprio nominare il termine "atifa" saprete che anche nel karate questa tecnica viene studiata ed allenata.


CHE COS'È LO "SHIME"?

Il termine di cui capiremo il significato continuando la lettura è possibile confonderlo con un altro che la credo tutti i karateka del mondo conoscono, ovvero "kime". 

Per capire la differenza tra i due termini, voglio prima spiegare il termine più conosciuto ed utilizzato.

Il termine "kime" che è poco utilizzato ad Okinawa è invece molto utilizzato nel resto del Giappone e in tutto il mondo. Questo termine nella cultura dove è nato sta ad indicare una contrazione di tutto il corpo nel momento in cui deve culminare l'energia di un colpo che va indirizzata, tutta, verso la direzione del bersaglio. Per ottenere questo oltre al corpo bisogna metterci anche lo spirito il "ki" in giapponese o "chi" in cinese. 

Ad Okinawa come dicevo prima la parola "kime" viene poco utilizzata ed al suo posto si utilizza un'altro termine che indica una cosa simile ma comunque diversa

Il termine "shime" rappresenta anch'esso una contrazione, ma di una specifica parte del corpo ovvero la chiusura dei muscoli giusti nel momento giusto.

Per testare la corretta chiusura muscolare con il giusto tempismo infatti è pratica comune, ad Okinawa, eseguire una verifica dello "shime" andando a colpire nei punti corretti l'allievo che esegue un kata. 




Il maestro che esegue questo test quindi, non si limita a colpire l'allievo a caso o per vedere se prova o meno dolore, ma ha ben presente grazie alla sua esperienza quali sono i punti specifici da controllare. Colpendo questi punti verifica ad esempio se una posizione è stabile, oppure se un arto è sostenuto da un muscolo ben preciso.

Ecco perché questa pratica non può essere eseguita da chiunque, ma solo da persone competenti.

Usando le parole del mio Maestro voglio quindi precisare che nonostante tra i due termini vi siano indubbiamente dei punti in comune, non sono però la stessa cosa.

"Una Fiat Panda ed una Ferrari Enzo, sono entrambe delle automobili però una è un'utilitaria mentre l'altra è una macchina sportiva. Sono entrambe macchine ma hanno scopi ed utilità diverse".

Per concludere voglio ritornare al discorso del "ki" in quanto un'altra differenza sostanziale tra "shime" e "kime" sta nel fatto che nella seconda è incluso l'aspetto legato al concetto di energia vitale, mentre nel primo questo aspetto non rientra nei punti fondamentali presi in considerazione.

Da questo momento avete un ulteriore concetto che può e dovrebbe, entrare a far parte del vocabolario del praticante di karate. Ovviamente è essenziale avere un maestro che sia in grado di far comprendere, allenare e testare lo "shime" però è comunque buona cosa sapere che esiste anche questo termine e quali differenze ci sono tra esso ed altri termini che rappresentano concetti simili. 

Se vi capiterà di vedere dimostrazioni in cui un maestro colpisce in determinati punti un allievo durante l'esecuzione di un kata, ricordatevi che, se eseguita correttamente quella pratica serve a testare lo "shime".


P.S.

Nello specifico questa pratica viene eseguita quasi esclusivamente con due kata:


-il kata Sanchin, tipico degli stili Goju-ryu e Uechi-ryu;

-il ka Naihanchi o (Tekki) tipico dello stile Shorin-ryu e Matsubayashi-ryu.


P.P.S.

Gli stili sopra citati sono i quattro stili tradizionali di Okinawa, per quanto riguarda gli stili principali che si sono sviluppati nel Giappone continentale troviamo:


-Goju-ryu, Uechi-ryu e Shito-ryu (Sanchin);

-Shotokan-ryu, Wado-ryu e Shito-ryu (Tekki o Naihanchi).


CHE COS'È IL "MEOTODE"?

L'ultimo termine che andiamo a scoprire ci permetterà di comprendere più a fondo l'arte marziale che pratichiamo e ci consentirà anche di scoprire quanto nella loro forma originale tutte le arti marziali avevano lo stesso scopo e quindi sono più simili di quanto pensiamo.

Per l'appunto in questa sede parliamo di "meotode" o "mitodi" che normalmente è un termine sconosciuto alla maggior parte dei praticanti di karate.

Questo termine tipico della lingua parlata un tempo sull'isola di Okinawa si può tradurre in questo modo: "mani marito e moglie" e viene utilizzato nella pratica del karate per identificare un principio di combattimento.

Le mani infatti secondo questo principio lavorano simultaneamente ovvero con lo stesso obiettivo. 

Per comprendere meglio questo concetto basta immaginare appunto un uomo ed una donna che decidono di stare insieme per tutta la vita (oggi succede raramente) e che utilizzano le proprie energie ed impiegano le proprie risorse mirando entrambi a raggiungere un obiettivo o più obiettivi che hanno concordato essere per loro importanti. Per fare questo è necessario che entrambi "remino" nella stessa direzione altrimenti andranno incontro a maggiori difficoltà e faranno molto più fatica o addirittura non raggiungeranno mai i loro scopi. 

Se trasportiamo questo esempio nel mondo dell'arte marziale e nello specifico nel principio rappresentato dal termine "meotode" è facile intuire che allo stesso modo, se vogliamo saperci difendere, che era e dovrebbe essere ancora oggi lo scopo primario del karate, dobbiamo pensare che le nostre braccia e mani devono collaborare.

Quando ci viene spiegato ad esempio che l'attacco e la difesa sono un tutt'uno, ecco in questo caso stiamo parlando di "meotode", in quanto se le nostre mani si sostengono l'un l'altra nell'azione si può allo stesso tempo parare un colpo, deviandolo, spostandolo, spingendolo e afferrandolo creando un vantaggio rappresentato ad esempio da un'apertura nella guardia oppure dallo squilibrio dell'avversario che ci consente di contrattaccare in maniera più efficace.

Quindi in sostanza se le nostre mani operano in questo modo si ha più efficacia rispetto a se queste lavorassero ognuna per sé stessa.

Ovviamente questo principio è facilmente individuabile all'interno dei diversi kata ed è comune a tutti gli stili di karate anche se in alcuni è sicuramente più presente.

Come accennato ad inizio articolo questo principio non è esclusivo del karate ma lo si può trovare anche in altre arti marziali. 

Voglio menzionare come esempio la grande somiglianza tra la guardia tipica della boxe a mani nude o "bare-knuckle boxe" che poi divenne la moderna boxe sportiva che tutti conosciamo e la tipica guardia o "kamae" del karate tradizionale che si chiama "meotode gamae".




In questo tipo di guardia non esiste la cosiddetta "mano morta" o passiva in quanto entrambe sono pronte e posizionate in modo strategico sia per l'attacco che per la difesa ad esempio di punti vitali o deboli. 

In un contesto di difesa personale e di conseguenza a distanza ravvicinata l'utilizzo delle mani secondo questo principio è essenziale.  Essendo, in origine, le arti marziali studiate per la difesa e la sopravvivenza questo tipo applicazione è riconducibile a tutte le discipline nate con questo scopo.

Anche questo termine da questo momento in poi non sarà più immerso in un alone di mistero e mi auguro che possiate approfondirlo attraverso la pratica e la ricerca che sono entrambi aspetti che non dovrebbero mai  mancare per la crescita all'interno del mondo delle arti marziali ma in generale in ogni aspetto ed attività della vita.


P.S.

Questi termini che abbiamo approfondito sono solo alcuni di quelli presenti nella terminologia legata al karate tradizionale di Okinawa però ci tengo a precisare che a differenza del karate sviluppatosi nel resto del Giappone, esistono molti meno termini in quanto per differenza di cultura gli okinawensi non sono portati, rispetto al resto dei giapponesi, ad identificare attraverso un termine preciso un determinato aspetto della pratica. 


Siamo arrivati alla conclusione di questo viaggio che spero possa avervi intrattenuto in maniera leggera ed allo stesso tempo arricchito di informazioni e conoscenze utili per la vostra pratica.

Se sono riuscito ad incuriosire qualche persona che di arti marziali e di karate non aveva mai sentito parlare o non aveva mai desiderato approfondirne le tematiche posso solo che ritenermi soddisfatto. Come sempre vi invito a contattarmi per qualsiasi dubbio o curiosità.

A presto.



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