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IL GIORNO IN CUI LA "NOBILE" BOXE ED IL "RUDE" KARATE SI INCONTRARONO.

IL GIORNO IN CUI LA "NOBILE" BOXE ED IL "RUDE" KARATE SI INCONTRARONO.

Tutti conosciamo o abbiamo sentito parlare della boxe, "la nobile arte del pugilato", così viene spesso descritta da chi ama questa disciplina sportiva che ha origini molto antiche. Nel mondo degli amanti degli sport da combattimento e delle arti marziali anche il karate ha una sua reputazione, anche se, sicuramente meno altisonante rispetto a quella che può essere in parte considerata, la sua controparte occidentale. Basta infatti fare qualche ricerca sulla boxe per scoprire che prima della metà del 1700 gli incontri di quest'arte non erano regolamentati ufficialmente ed infatti gli atleti potevano utilizzare non solo i pugni, come accade nella boxe moderna, ma anche i piedi, le ginocchia, i gomiti e la testa per colpire. Il karate di Okinawa allo stesso modo, prima di diventare il moderno sport, che doveva fare il suo esordio quest'anno alle Olimpiadi di Tokyo, era ed è tutt'oggi in alcuni contesti, privo di regole che vietassero colpi pericolosi portati con alcune parti del corpo e questo è dovuto al fatto che il karate è un'arte marziale e quindi come tale è nata per la difesa personale e non per la competizione regolamentata. Si possono trovare molti fattori in comune tra il pugilato ed il karate nonostante rimangono indiscusse alcune differenze a partire dal retaggio culturale che le separa. 

Con questo articolo vorrei riportare alla memoria un particolare avvenimento storico nel quale queste due arti si sono confrontate e non senza sorprese. Per fare questo utilizzerò, traendone spunto, un libro che ho acquistato qualche anno fa, nel quale è riportata la traduzione dell'originale articolo, risalente ai primi del '900, in cui viene raccontato questo evento. Il libro in questione è: Storia del karate - La via della mano vuota di Kenji Tokitsu. Rimanendo fedele al racconto cercherò di ri-proporlo in una sorta di versione "romanzata" rendendolo più fluido e gradevole. Cercherò di raccontare questa storia come se la stessi raccontando ad un bambino in modo che questa possa essere sempre ricordata e ripresa durante il corso della vita da chi ne rimarrà affascinato.

 Prima di cominciare però devo fare alcune precisazioni storiche e tecniche. I protagonisti di questo racconto sono Choki Motobu (1870-1944), primo karateka okinawense che si recò ad Hondo, questo era il nome con cui venivano identificate le quattro principali isole che formavano il suolo giapponese, dove iniziò a divulgare l'arte marziale di Okinawa allora conosciuta come Te o To-de; il secondo protagonista invece è un pugile estone il cui nome secondo quanto riportato dal sito della famiglia Motobu è Jann (John) Kentel. L'articolo che venne pubblicato nel 1925 su King magazine, un giornale dell'epoca che trattava spesso e volentieri temi legati alle arti marziali, in realtà raccontava di un incontro che risaliva a qualche anno prima. Sul libro l'anno in cui avvenne questa storia era il 1921 ma ci sono fonti diverse che riportano altre date comunque precedenti all'anno in cui l'autore dell'articolo decise di pubblicare questa vicenda. Questo dettaglio ci può suggerire che quanto è raccontato, non è per forza di cose l'esatta traduzione su carta degli avvenimenti realmente accaduti in quella circostanza, ma molto probabilmente è una trasposizione scritta di racconti popolari sull'accaduto unita ad una vena artistica e personale dello scrittore. Quello che possiamo dire con discreta certezza è che un incontro tra l'okinawense e l'estone è realmente avvenuto in quanto lo stesso Choki Motobu rilasciò un'intervista sul quotidiano Ryukyu Shimpo nel 1936 nella quale raccontò di quando si confrontò con un pugile di nome "John", che nell'articolo su King invece venne rinominato George. Questo fatto venne raccontato da diverse persone, molte di queste allieve, del maestro Motobu e come spesso accade all'essere umano le versioni non sono tutte in sintonia. Infatti le tecniche con le quali il karateka si contrappose a quelle del pugile vengono, in base alla persona che racconta i fatti, cambiate. Non sapremo probabilmente mai come saranno andati realmente i fatti, ma possiamo supporre che la versione esposta dal maestro stesso e pubblicata sul giornale okinawense sia la più attendibile. Una delle principali conseguenze di tutte queste confusioni riguarda il fatto che l'illustratore del articolo  pubblicato nel 1925 invece di rappresentare il maestro Choki Motobu, che probabilmente mai aveva visto così come per l'autore della parte scritta, decise di prendere spunto da un libro di Gichin Funakoshi, altro maestro okinawense che insegnava sul suolo giapponese e che era più conosciuto per via della sua amicizia con il fondatore del judo, Jigoro Kano. Da questo libro l'illustratore e lo scrittore presero spunto sia per i tratti con cui rappresentare il praticante di karate protagonista dell'incontro, sia per le posizioni e le tecniche da fargli eseguire nel racconto. Così facendo chi lesse questo articolo attribuì i fatti avvenuti al maestro fondatore dello Shotokan, lo stile di karate più conosciuto al mondo. Tutto ciò alimentò delle diatribe tra i due maestri tra i quali già non scorreva buon sangue. Soprattutto per chi conosce la storia biografica di Choki Motobu risulterà facile mettere in discussione il modo con cui venne rappresentata la strategia utilizzata dal karateka per affrontare il pugile, in quanto molto diversa dal modo di interpretare l'arte marziale dell'okinawense. 

Io nonostante tutte queste premesse cercherò di restare fedele, nella mia interpretazione, a quanto riportato dalla rivista in quanto è da quella che ho preso spunto per scrivere questo articolo ed è quella da cui posso attingere in quanto in mio possesso. 

Per iniziare vi lascio un mio "schizzo" da principiante, quale sono nell'arte del disegnare, che ripropone un momento del racconto semplicemente andando a modificarne rispetto all'originale il volto del contendente vestito con la divisa da judoka. Ho cercato di riproporlo con il viso più simile alle fattezze del vero protagonista e apportando anche altre piccole modifiche basate su quanto descritto nella trama. 

Choki Motobu combatte contro Jaan Kantel - Illustrazione ddell'autore.


Correva l'anno 1921, e Kyoto in Giappone, durante il mese di novembre, fu teatro di numerosi combattimenti  che vedevano affrontarsi soprattutto pugili e praticanti di judo. A questi eventi, che prendevano vita nei pressi del Butokuden, luogo dove si svolgevano anche incontri di kendo, partecipavano anche lottatori di wrestling o altre forme di lotta. Un giorno di quel mese però durante lo svolgimento di questi incontri un uomo che superava i cinquant'anni, alto poco più di un metro e sessanta si muoveva tra la folla, intenta a guardare i combattimenti e a fare il tifo per quello o quell'altro contendente, cercando di avvicinarsi  agli organizzatori per chiedere loro qualcosa. Il suo aspetto sembrava quello di un'uomo di campagna e vedendolo avvicinarsi verso i tavoli delle iscrizioni, le persone sembravano stupite nel vedere una persona relativamente "vecchia" prendere quella direzione. Il suo nome era Choki Motobu, ed era in realtà il terzogenito di una delle famigle più importanti di Okinawa, forse la più importante dopo quella reale. Sull'isola dalla quale proveniva aveva la reputazione di un grande combattente, reputazione che si era ottenuto recandosi nei distretti a luci rosse della città di Naha, dove ebbe modo di confrontarsi con diversi ubriachi, provocatori e bulli. Era da poco arrivato a Kyoto dove si era recato per sopperire ad una condizione economica difficile causata dalla caduta del Regno delle Ryukyu. L'uomo arrivato davanti a quello che doveva essere il direttore dell'organizzazione dell'evento non esitò a domandare di poter partecipare ad un incontro. I presenti esterrefatti da una tale richiesta si guardarono stupiti e subito dopo colui che aveva più potere decisionale rispose alla richiesta dello strano personaggio chiedendogli se era lui stesso a volersi iscrivere e qualora fosse così quali erano le sue conoscenze in termini di combattimento che gli avrebbero permesso di competere con un lottatore. Restando vago Motobu spiegò di non essere praticante di una disciplina in particolare ma di avere comunque le carte in regola per affrontare quel genere di combattimenti. Le persone più vicine al colloquio iniziarono ad incoraggiare gli organizzatori ad accettare la proposta lanciata dal "vecchio campagnolo" in quanto sarebbe stato interessante aggiungere un pizzico di novità ai combattimenti che solitamente vedevano opposti i pugili ai judoka. Gli organizzatori certi che solo un folle avrebbe chiesto di combattere senza alcuna conoscenza in tale ambito convinsero il direttore ad accettare la richiesta. Venne però domandato a Motobu se fosse a conoscenza dei regolamenti che regolavano gli incontri e questi rispose che in realtà non ne sapeva nulla. Il direttore quindi spiegò al combattente che le uniche regole erano il divieto di tirare calci e quello di colpire con i pugni serrati. L'okinawense allora in modo frettoloso e con un aria quasi soddisfatta chiese se poteva colpire con la mano aperta e nel mentre si iniziò a dirigere verso il ring. Lo fermarono domandandogli con quale divisa avrebbe combattuto e lui rispose, lasciando tutti a bocca aperta, che avrebbe combattuto utilizzando gli abiti che già indossava. Gli organizzatori gli dissero che non era consentito combattere così abbigliato e quindi gli fecero portare un judogi, ovvero la divisa bianca che utilizzavano i praticanti del judo. Choki Motobu iniziò a cambiarsi e la folla rimase stupita nel vedere un uomo di quell'età così ben messo muscolarmente, aveva braccia robuste che sembravano dei blocchi di cemento e gambe possenti ed aveva un girovita impressionate. Ogni suo muscolo sprizzava di energia e vitalità tant'è che anche gli organizzatori rimasero molto stupiti dalla sua prestanza fisica e quasi si dimenticarono di domandargli chi volesse sfidare. La scelta ovviamente doveva essere fatta tra un pugile oppure un jodoka. Motobu non volle scegliere e lasciò che a decidere fosse il direttore dell'organizzazione che optò per farlo sfidare contro un pugile. Confrontandosi con gli altri decise che il pugile con il quale, il misterioso combattente, si sarebbe battuto era un certo Geroges che secondo l'opinione comune era un avversario tosto e contro il quale nessun judoka poteva uscirne vincente. L'incontro era deciso, agli organizzatori mancava solo il nome con il quale annunciare lo sfidante di Geroges. Domandarono ora per la prima volta il nome a Choki Motobu che venne però annunciato con il nome di Asamoto Motobu in quanto la pronuncia del nome Choki seguiva la lettura dell'ideogramma secondo la lingua Cinese. Asamoto invece era la lettura secondo la lingua giapponese. Gli spettatori iniziarono a confabulare chiedendosi pareri sullo scontro imminente. Aleggiava una curiosità particolare nei confronti di Asamoto che secondo molti avrebbe trovato facile sconfitta contro un pugile esperto, più giovane e molto più alto e pesante del vecchio e basso giapponese. Dopo l'annuncio dei nomi dei combattenti sul ring comparvero le sagome di Asamoto-Choki e quella di Geroges e la prima cosa che balzò subito agli occhi dei presenti era la differenza di vitalità che sembrava porre su di un piedistallo il pugile. Vedendolo vestito con la divisa del judo la folla credette che il vecchio uomo fosse un judoka ma appena l'incontro iniziò, dopo il segnale acustico, i due protagonisti si allontanarono, il pugile prese la classica posizione con i guantoni tenuti vicini al corpo ed al volto pronti a parare colpi indirizzati in quei punti, intanto con le gambe si muoveva alla ricerca del momento opportuno per attaccare, Motobu invece si stabilì in una posizione stabile e molto strana, che prevedeva il posizionamento di un braccio appena davanti al volto mentre l'altro alzato appena sopra il capo, il corpo defilato e leggermente abbassato sulle gambe. Georges insieme a tutto il pubblico fu sorpreso da questa insolita posizione di guardia che limitava le possibilità di attacco in quanto non scopriva alcun bersaglio. Molti vedendo da lontano la scena si avvicinarono al ring per osservare da vicino la strana arte marziale che si stava mostrando dinanzi a loro. Un judoka accorso per curiosità esclamò che quello che stavano vedendo con i lori occhi era molto probabilmente il karate. Nessuno dei presenti però oltre al praticante di judo sembrava conoscere quell'arte marziale e infatti iniziarono a fare domande al praticante dell'arte marziale ideata da Jigoro Kano basandosi sul jujutsu. Nel frattempo sul ring il pugile in difficoltà continuava a muoversi alla ricerca di un'opportunità da cogliere al volo ma l'immobile karateka sembrava possedere un'invisibile forza che faceva indietreggiare l'esperto combattente occidentale che iniziò a stancarsi e a respirare più affannosamente. Iniziò dunque a rendersi conto che intanto che lui si affaticava il suo avversario rimaneva immobile ed impassibile e decise dunque di avvicinarsi lentamente cercando con alcune finte tipiche del pugilato di far smuovere il rivale del quale aveva cambiato opinione. Se prima lo considerava un vecchio pazzo ora si era reso conto del suo valore. All'improvviso lo spazientito boxeur decise di buttarsi all'attacco e con un veloce spostamento in avanti iniziò a sferrare alcuni colpi cercando di colpire Motobu sul volto, ma quest'ultimo in modo apparentemente semplice riuscì a deviare i colpi utilizzando la mano avanzata proteggendosi con l'altra la parte scoperta. I tanti colpi portati ebbero due effetti negativi su Georges che si ritrovò in parte incredulo e nervoso per essere stato respinto tanto facilmente e intanto aveva consumato diverse energie ed ora iniziava a sentirsi stanco. Decise allora di indietreggiare nuovamente per riprendere fiato e temporeggiare. Mentre recuperava con un respiro affannoso Motobu rimaneva immobile con una respirazione controllata come se nulla fosse successo. Gli spettatori erano preoccupati nel vedere un pugile così in gamba in balia di un vecchio e iniziarono ad incitare l'uomo, alto circa un metro ed ottantatré centimetri, che sembrava in seria difficoltà. Il pugile allora forte del supporto urlato dai tifosi prese forza e coraggio per un ultimo potente attacco. Si avvicino a passi lunghi e veloci allargando la spalla destra con un movimento atto a caricare un forte gancio che aveva come bersaglio il viso del giapponese che però utilizzando il braccio sinistro effettuò una parata giusto un istante prima di ricevere il forte colpo. La parata generò uno squilibrio nella posizione del pugile che perse l'equilibrio e scoprì il volto. In una frazione di secondo il karateka vibrò un colpo con la mano destra aperta che andò a colpire Georges tra naso e bocca. Il colpo così rapido e violento fece cadere a terra senza sensi lo sconfitto pugile che venne immediatamente soccorso. Il pubblico era incredulo ed ammutolito e dopo qualche istante, che ai presenti era sembrato molto più lungo, iniziò a commentare l'accaduto elogiando il vecchio combattente. Il praticante di judo che conosceva il karate "per sentito dire" si avvicinò al ring dal quale stava scendendo Motobu e gli chiese se quell'arte era effettivamente il karate e dopo la conferma datagli dal vincitore dell'incontro gli domandò anche se poteva fargli vedere le mani. Il maestro di quell'arte proveniente dalla piccola isola di Okinawa gli mostro fiero i suoi pugni che al judoka sembrarono essere fatti di pietra tanto erano duri e callosi. Rimase incredulo davanti a quelle armi potenziate attraverso l'allenamento e capì che non c'era nulla di strano nel concepire che tali mani potessero mettere al tappeto con un solo colpo un avversario molto più grosso e nel pieno delle forze date dalla giovinezza. Dopo quel giorno il maestro Motobu decise di insegnare l'arte del karate a coloro che ne fossero interessati e quell'evento sicuramente contribuì a rendere l'arte marziale delle Ryukyu più famosa e rispettata. Peccato solo che qualche anno dopo qualcuno decise di raccontare quell'avvenimento scrivendo ed illustrando la storia pubblicandola su di una famosa rivista dell'epoca. Le illustrazioni infatti ritraevano un altro okinawense che praticava il karate ed insegnava a Tokyo. Quest'uomo era il famoso Gichin Funakoshi che da questo "errore" ne trasse un incremento reputazione che di conseguenza gli procurò generazioni di allievi interessati ad imparare l'arte marziale della mano vuota. Anche se diversi tra loro tanto da essersi vicendevolmente criticati in più occasioni questi due maestri sono stati due delle più importanti figure per l'opera di diffusione del karate in Giappone e successivamente nel mondo.

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*Le parti in arancione rappresentano delle aggiunte personali al racconto originale.



Spero di avervi accompagnato indietro nel tempo ed avervi fatto rivivere alcuni istanti che hanno visto in confronto due delle più belle arti di combattimento presenti sul nostro pianete e che per gli amanti del karate hanno significato un'importante spinta mediatica che ha permesso a quell'arte marziale sconosciuta di raggiungere ogni parte del mondo. Come accennavo nelle premesse vi prego di non considerare gli avvenimenti del racconto come avvenuti letteralmente in quel modo ed anzi vi invito a ricercare online le diverse versioni dei fatti. Vi ho lasciato ad ogni modo ad inizio articolo il link di collegamento alla pagina ufficiale della famiglia Motobu dove troverete l'intervista al maestro in cui racconta in prima persona questo fatto. E credo che la cosa più bella sia proprio quella di leggere le sue testuali parole. 

Grazie per la lettura.

Alla prossima.


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